
In memoria di
Cantautore e poeta
Italiana
Nato/a a Genova · Deceduto/a a Milano
C'era una malinconia gentile nel modo in cui Fabrizio De André guardava gli ultimi, gli esclusi, i dimenticati. Nato a Genova il 18 febbraio 1940, crebbe in una famiglia dell'alta borghesia ligure: il padre Giuseppe era un noto uomo di cultura e per un periodo vicesindaco di Genova. Eppure il suo sguardo si posò sempre sui margini, su chi la società teneva ai bordi.
Imparò presto la chitarra e si appassionò alla canzone d'autore francese, in particolare a Georges Brassens, che gli insegnò come la poesia potesse vestire i panni della canzone popolare. Dai primi 45 giri dei primi anni Sessanta arrivò a un disco che è ancora oggi una pietra miliare, Tutti morimmo a stento, e poi alle grandi opere concept come Non al denaro non all'amore né al cielo (1971), ispirato all'Antologia di Spoon River, e La buona novella (1970).
Le sue canzoni davano dignità a prostitute, carcerati, sconfitti: senza pietismo, ma con un amore profondo per la complessità umana. Nel 1984 pubblicò Creuza de mä, interamente in genovese, salutato dalla critica come uno dei dischi italiani più importanti del decennio.
La sua vita fu segnata anche da un evento drammatico: nell'agosto del 1979, mentre si trovava nella sua tenuta in Sardegna, fu rapito insieme alla compagna Dori Ghezzi e tenuto prigioniero per circa quattro mesi. Da quell'esperienza nacque, anni dopo, una delle sue riflessioni più celebri, in cui dichiarò di considerare i veri colpevoli non i pastori esecutori ma i mandanti. Con Dori Ghezzi, che divenne sua moglie, costruì un legame profondo, artistico e umano.
Genova e la Sardegna restarono i due poli della sua anima, e proprio in dialetto genovese e in sardo trovarono casa alcune delle sue pagine più alte. Negli ultimi anni continuò a comporre, fino a quando un male implacabile lo fermò. Si spense a Milano l'11 gennaio 1999, stroncato da un tumore al polmone. Ai suoi funerali a Genova parteciparono oltre diecimila persone, e all'uscita del feretro fu eseguita l'"Ave Maria" sarda che lui stesso aveva fatto rivivere.
L'eredità di De André non si misura nelle vendite, ma nell'aver elevato la canzone italiana a poesia civile e spirituale. Ancora oggi, ascoltarlo significa sentire un uomo parlare alla coscienza di chi ascolta.
Maestro, le tue canzoni mi hanno insegnato a guardare gli ultimi come se fossero i primi.
— Angela Russo
20 marzo 2026Un comunista che non cantava slogan, ma storie di uomini. Questo eri tu.
— Alessia Gatti
19 marzo 2026Quando il mondo sembrava perduto, le tue canzoni erano una bussola. Lo sono ancora.
— Luca De Rosa
8 marzo 2026