
In memoria di
Scrittore e poeta
Irlandese
Nato/a a Dublino · Deceduto/a a Parigi
Nella Dublino del 1854 nacque un bambino destinato a diventare uno dei più brillanti e tragici geni della letteratura. Oscar Fingal O'Flahertie Wills Wilde venne al mondo il 16 ottobre in una famiglia di spicco: il padre, Sir William, era un celebre chirurgo oculista; la madre, Jane, poetessa e nazionalista irlandese, scriveva sotto lo pseudonimo di Speranza. In quella casa colta e ambiziosa, il giovane Oscar imparò presto che le parole erano insieme armi, gioielli e strumenti di seduzione.
Studente brillante, si formò al Trinity College di Dublino e poi a Oxford, dove subì il fascino dell'estetismo e dell'idea di "arte per l'arte". Trasferitosi a Londra, conquistò la società con il suo spirito fulminante: vestiva in modo stravagante, coltivava il paradosso, pronunciava aforismi che rimbalzavano nei salotti della capitale. Era, lui stesso, un'opera d'arte vivente.
Ma dietro il dandy c'era uno scrittore di genio. Nel 1890 pubblicò sulla rivista Lippincott's il suo unico romanzo, Il ritratto di Dorian Gray — ampliato in volume l'anno seguente — meditazione raffinata e inquietante su bellezza, vanità e corruzione dell'anima. Furono però le sue commedie a consacrarlo come il più grande autore teatrale del suo tempo: Il ventaglio di Lady Windermere, Un marito ideale e soprattutto L'importanza di chiamarsi Ernesto (1895), capolavoro di umorismo dove ogni battuta smascherava con leggerezza l'ipocrisia vittoriana.
Nel 1884 aveva sposato Constance Lloyd, da cui ebbe due figli. Ma la sua relazione con il giovane poeta Lord Alfred Douglas divenne la passione e la rovina della sua vita. Spinto a un'azione legale contro il padre di Douglas, finì processato e condannato nel 1895 a due anni di lavori forzati per "gross indecency", l'amore omosessuale che la società dell'epoca criminalizzava. Dal carcere di Reading uscirono due delle sue opere più intense, il De Profundis e la Ballata del carcere di Reading.
Liberato nel 1897, esule e povero, si rifugiò a Parigi sotto falso nome. Vi morì il 30 novembre 1900, a soli quarantasei anni, per una meningite legata a una vecchia infezione all'orecchio. La sua eredità resta immensa: ha insegnato che le parole possono essere arte pura e che la bellezza non è superficie, ma valore. Pagò un prezzo terribile per vivere secondo i propri principi, e proprio per questo la sua voce, ironica e ferita, continua a parlarci.
L'Irlanda ha dato i natali a un poeta, l'Inghilterra lo ha messo in catene, ma l'arte lo ha reso eterno.
— Enzo Martinelli
6 aprile 2026La tua morte nel 1900 non è stata la fine della tua storia, bensì l'inizio della tua immortalità letteraria.
— Giacomo Martinelli
28 marzo 2026Nel carcere, forse, hai trovato la libertà che il mondo non poteva dartai. Le tue lettere lo confessano a chi sa leggere.
— Claudio Galli
25 marzo 2026