
In memoria di
Magistrato
Italiana
Nato/a a Palermo · Deceduto/a a Palermo
Nella Palermo del 19 gennaio 1940 nacque un bambino destinato a guardare negli occhi la mafia senza distogliere lo sguardo. Paolo Borsellino crebbe nel quartiere della Kalsa, nella bottega del padre Diego, farmacista, e della madre Maria Lepanto, in una famiglia che conosceva il valore del dovere e della rettitudine. In quelle stesse strade giocava da ragazzo con un coetaneo che il destino avrebbe legato per sempre al suo nome: Giovanni Falcone.
Scelse la magistratura non come carriera, ma come vocazione. Entrato in servizio negli anni Sessanta, divenne presto giudice istruttore a Palermo in un'epoca in cui indagare su Cosa Nostra significava esporsi a un pericolo costante. Lavorava con metodo, pazienza e una fede incrollabile nella giustizia. Negli anni Ottanta entrò a far parte del leggendario pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto, insieme a Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta: un gruppo di magistrati che condivideva le indagini per non lasciare nessuno solo di fronte al nemico.
Il frutto di quel lavoro fu il Maxiprocesso, celebrato a Palermo dal 1986 e concluso con centinaia di condanne confermate in via definitiva nel gennaio 1992: per la prima volta lo Stato dimostrava che Cosa Nostra poteva essere processata e battuta. La vita privata di Paolo era il suo rifugio: la moglie Agnese e i tre figli, una casa piena di affetto. I colleghi lo ricordavano come un uomo buono, capace di ridere, mosso non dall'odio per i nemici ma dall'amore per la giustizia e dalla sua fede cattolica.
Il 23 maggio 1992, nella strage di Capaci, la mafia uccise Giovanni Falcone con la moglie e gli uomini della scorta. Borsellino ne fu devastato, ma non si fermò: sapeva di essere il prossimo bersaglio e continuò a lavorare con ancora più determinazione, come se il dolore si fosse trasformato in energia morale.
Il 19 luglio 1992, a soli cinquantasette giorni dalla morte dell'amico, un'autobomba lo uccise in via D'Amelio, sotto la casa della madre, insieme a cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Walter Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Aveva cinquantadue anni. Ma quella morte non fu una sconfitta: fu la prova più potente della sua vittoria morale. L'eredità di Paolo Borsellino vive nella coscienza di generazioni di magistrati e cittadini, nella certezza che la dignità non ha prezzo e che un uomo armato solo di coraggio e di legge può scuotere le fondamenta del crimine.
Molti magistrati hanno paura. Pochi come te hanno avuto il coraggio di andare comunque avanti, sapendo il prezzo che avrebbero pagato.
— Ilaria Esposito
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— Giorgio Mariani
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— Barbara Fabbri
12 marzo 2026